OSSERVATORIO ARCHI E TASTI DI CREMONAFIERE Notiziario n. 20 del 10/12/2015

Manoscritti all’asta

Lo scorso 7 dicembre 2015 a Londra si è svolta un’asta dedicata ai manoscritti musicali, con numerosi pregiati autografi di autori come Haydn, Johann Strauss, Donizetti, Berlioz, Franck, Dvorak, Ravel, Gershwin, Berg, Copland. Oltre alle partiture, i lotti comprendevano anche una grossa quantità di “musical quotations”, ossia biglietti scritti a mano dai compositori, comprendenti una breve citazione manoscritta di un tema o un estratto da una loro propria composizione. Si tratta per lo più di biglietti di auguri o di pagine scritte nei “libri degli ospiti”, che rivestono oggi un particolare interesse storico nel mondo del collezionismo. Tutti i manoscritti dell’asta sono ancora consultabili online sul sito di Sotheby’s:  Clicca QUI

Pensieri sulla musica: La performance del musicista (Simone Pacchiele)

Simone Pacchiele si occupa da decenni di mental coaching per musicisti, utilizzando il modello di mentoring ReSonance. L’idea alla base di questo lavoro specifico con i musicisti è quella di migliorare le performance e quella di integrazione tra ‘suono e corpo’. In questo breve scritto, Simone Pacchiele introduce i concetti di consapevolezza corporea e di gestione dell’attenzione, che sono alla base di una performance di successo.
Maggiori informazioni sul suo sito ufficiale www.simonepacchiele.com

Quando si parla di performance, una delle cose più importanti che dovrebbero essere presenti nel “processo” di creazione della performance è rendere possibili a se stessi una via perché questa avvenga nel modo più naturale possibile. Più che usare il termine “pensare” è utile in questi caso utilizzare il termine “portare l’attenzione”.
Perché non si possono ottenere dei risultati – in termini di performance – se non si è capaci di portarvi prima l’attenzione. I risultati si ottengono esattamente dove si porta la propria attenzione.
L’attenzione è il mezzo più potente – e sconosciuto – che gli esseri umani hanno per generare la performance che vogliono. E molto spesso è quello strumento che lasciano libero di vagare ovunque, senza che ne abbiano il controllo, senza sapere che è proprio quella l’artefice del loro successo o del loro insuccesso.
Scegliere con precisione su cosa portare la propria attenzione quando si decidono i prossimi obiettivi è una cosa molto difficile da fare, perché siamo stati educati sin da piccoli ad orientarci in reazione a quello che NON vogliamo, piuttosto che a quello che vogliamo.
Ad esempio, è molto più facile portare l’attenzione prima di un concerto alle cose che potrebbero non andare bene, piuttosto che a quelle che si vuole accadano.
E’ molto più facile immaginare un pubblico che rimane freddo e composto, piuttosto che pensare agli applausi scroscianti, e al pubblico che chiede con insistenza un bis.
Eppure, dirigere l’attenzione su uno tipo o all’altro di cose dovrebbe richiedere lo stesso impegno. Ma “costa” meno in termini energetici lasciar andare libero il pensiero sul pubblico che critica, sul tipo di suono che non è quello ideale, su quel passaggio difficile. Per poi pensare “è vero, no non voglio succeda questo”. Ma oramai l’attenzione è stata diretta verso quello che non si vuole.
Invece portare l’attenzione su come si vuole che vadano le cose, sul suono che si vuole creare attraverso il proprio strumenti è più difficile. E questo dipende da anni di condizionamenti in cui ci è stato insegnato a lavorare e correggere quello che non funziona, piuttosto che ad esprimere ed a potenziare ciò che già funziona.
E’ una specie di schema ripetitivo appreso nella didattica sin da piccoli. Ed è uno schema che ovviamente è utile per arrivare ad un certo livello di performance, ma che diventa antiproduttivo dopo.
C’è una cosa che noto sempre quando mi capita di lavorare con musicisti che generano davvero risultati eccezionali: ed è che ad un certo punto della loro formazione come “performer” sono passati naturalmente dall’avere l’attenzione su quello che succede nella loro testa a livello intellettuale a quello che succede nel loro corpo quando suonano bene.
Per dirla in maniera un po’ più raffinata… hanno re-diretto la loro attenzione dagli schemi mentali (“devo fare questo, poi devo fare quello, poi prima di quel passaggio devo fare questa cosa”) a quelli di consapevolezza somatica – e per questo hanno iniziato a generare risultati di un livello superiore.
Un esempio: quando si chiede ad una persona anche brava nel suo campo, ma non eccezionale, come fa a fare qualcosa ti spiegherà probabilmente per filo e per segno quello che fa.
Se si chiede ad un mediocre giocatore di tennis come fa a capire dove arriverà la palla dopo che l’avversario l’ha colpita spesso risponderà con frasi come “dipende da dove ha colpito la palla e con quale angolazione. Dunque…se l’ha colpita da lì, allora succederà questa cosa…” Qualche anno fa, invece, mi colpì una dichiarazione di Roger Federer, tra i primi giocatori di tennis del mondo: “Mi sento come se stessi vivendo il gioco quando sono là fuori. Percepisco quando qualcuno sta per colpire la palla. So esattamente con che angolo e che effetto la colpirà. Mi sembra semplicemente di averla già vista quella palla, e questo è un enorme vantaggio.”
Quando si chiede ad un vero maestro come fa a fare qualcosa, molto spesso la risposta è: “non so come faccio. Lo faccio e basta”. Oppure, che è la stessa cosa, “lo sento”. E questo succede perché ha smesso, magari da anni, di utilizzare solo la mente – le abilità cognitive – per prendere le decisioni in ogni momento: le decisioni relative alla sua performance: colpire in quel modo o in un altro, suonare quella nota con quella intensità. E’ passato dal chiedersi “cosa devo fare per suonare bene?” a “come sono quando suono bene?”
Ci saranno state delle volte in cui hai fatto un concerto di cui sei soddisfatto, o in cui quella serie di passaggi sono filati lisci e scorrevoli. E allora prima del prossimo concerto invece di chiederti ‘cosa devo pensare per non fare errori’ è meglio chiederti:
“Come sono quando quel passaggio mi riesce perfettamente?”
“Come sono quando il concerto va bene, sono seduto bene davanti al pianoforte, il suono che riesco a generare è quello che voglio, la dinamica è quella giusta?”.

Passare dal livello del pensiero a livello di consapevolezza corporea (quindi chiedersi ‘come sono organizzato quando funziono già bene?’) è il primo passaggio fondamentale per ottenere risultati migliori prima di un concerto.

I consigli di un grande violinista

Il violinista tedesco Christian Tezlaff è uno dei migliori violinisti in attività, e uno dei più ispirati artisti di oggi. In una recente intervista rilasciata a Jaqueline Vanesse, Tezlaff dispensa utilissimi consigli ai giovani musicisti, raccomandandosi di non focalizzarsi troppo sugli esercizi tecnici: “Naturalmente, è necessario anche studiare le scale e gli esercizi, ma la vera formazione musicale avviene suonando in orchestra, leggendo a prima vista, facendo musica da camera e leggendo tanta musica che ci tocca interiormente. Si tratta di farsi prendere dalla musica e di saperla vivere nel profondo”.

Il testo completo (in inglese) dell’intervista è disponibile: Clicca QUI

 

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